Voci da Eleonas, il campo profughi di Atene.

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Eleonas è un campo regolare, gestito dal governo greco, che sorge in una zona ex-industriale di Atene, polverosa e sconnessa tanto da dare la sensazione di non trovarsi in Europa, mentre piazza Syntagma dista appena tre fermate di metro e Kerameikós, a dieci minuti a piedi, è luogo di movida notturna. Lo spazio è diviso in tre aree, una delle quali, gestita da militari, ospita parte delle persone che vivevano nella tendopoli presso il Pireo sgomberata a fine luglio. In totale gli abitanti del campo, che hanno diritto ad entrare e uscire a loro piacimento a qualsiasi ora, sono circa 2500, di cui la metà bambini, provenienti in prevalenza da Siria e Afghanistan, seguiti da Iran e Pakistan, cosicché le lingue più parlate sono arabo e farsi. Le nazionalità rappresentate sono in totale una trentina.

Project Elea (trovata grazie al sito http://greecevol.info/), messa in piedi da Andreas, un ragazzo greco, con l’aiuto di Paula, tedesca, si occupa, assieme ad altre organizzazioni tra cui Medici senza frontiere e l’UNHCR, delle due aree non controllate dall’esercito, in cui le persone ospitate sono poco più di 1500, di cui 800 bambini. L’orario di lavoro per noi volontari va dalle 14 alle 22 e in ogni caso non è permesso rimanere all’interno del campo oltre le 22.30.

Le abitazioni sono prefabbricati, che ad occhio saranno di 20 metri quadrati, costituiti da due camere e un bagno centrale, con finestre e aria condizionata. In ciascuno di essi sono alloggiate dalle sei alle dodici persone, divise per famiglie, quando possibile, o per genere.

 

Il cibo

Vengono distribuiti tre pasti al giorno in due intervalli di tempo: il pranzo dalle 15 alle 16.30 e la cena e la colazione dalle 19 alle 21.30. Il cibo arriva già pronto, diviso in monoporzioni in contenitori di plastica, e le poche varianti in cui si presenta sono costituite da legumi (il meglio), pasta scotta (il peggio), riso con crocchette di pollo e delle specie di hamburger una volta a settimana; in aggiunta si danno anche pane, frutta (pesche e qualche rara mela) e spesso formaggio. La quantità giornaliera di latte a disposizione è talmente esigua (30 litri al giorno) che si aspetta circa una settimana per accumularne a sufficienza e poterne consegnare mezzo litro a famiglia.

I pasti vengono ritirati dagli abitanti del campo presso il prefabbricato dedicato, in cui lavorano sei volontari, mostrando un contrassegno che identifichi quale sia la loro abitazione. Questa attività è sicuramente una delle più indispensabili e permette di avere contatti, seppur fugaci, anche con le persone del campo meno propense a farsi vedere in giro, ma gli aspetti negativi non mancano. Il problema principale risiede nel fatto che il cibo non è certo appetitoso e, come già detto, il menu è molto ripetitivo, perciò non sempre tutte le famiglie lo richiedono. La conseguenza è che ogni sera si buttano tra le 200 e le 400 porzioni: una pesante contraddizione di cui è facile sentire il bruciore girando per Atene e osservando le centinaia e centinaia di persone, greci compresi, che vivono in strada.

 

I vestiti

L’altra attività cui ci siamo dedicati maggiormente è la distribuzione dei vestiti. Seguendo un metodo in evoluzione che non stiamo qui a spiegare, le famiglie vengono a chiedere ciò di cui hanno bisogno presso la casetta prefabbricata dedicata e possono ricevere al massimo un capo d’abbigliamento per tipo per persona (una maglietta, un paio di pantaloni, un paio di calze e di mutande e così via). C’è gente che ha solo i vestiti con cui è arrivata, il che vuol dire niente cambi per settimane. Tutto quello che si distribuisce proviene da donazioni, alcune meritorie, altre meno: vista la quantità di vestiti destinabili alla pattumiera e la fatica che si fa nel selezionare il materiale, abbiamo capito una volta di più quanto sia importante chiedersi se si darebbe ai nostri figli quello che stiamo regalando. Donare non vuol dire svuotare il guardaroba per disfarsi della fuffa immettibile. A volte alcune persone respingono diversi capi prima di decidersi: è più che naturale, anche se può non essere immediato da accettare, ed è anche un’occasione di contatto e di dialogo con intere famiglie.

 

Gli abitanti del campo

Nei mesi di luglio e agosto è stato messo in atto un piano straordinario del governo greco per cercare di inserire a scuola, da settembre, quanti più bambini possibile, per cui duecento di loro hanno frequentato dei corsi ad hoc. Gli adulti invece non hanno nulla da fare, se non arrovellarsi il cervello sulla loro situazione difficilmente sostenibile (una persona ha tentato il suicidio nei giorni in cui abbiamo lavorato ad Eleonas) e questo è uno dei problemi più evidenti. Le attività ricreative (sport, cucito, yoga, giardinaggio, …) portate avanti da Project Elea sono un tentativo di riempire questi immensi spazi vuoti e si sta cercando di coinvolgere sempre più gli abitanti del campo, in modo da renderli autonomi perlomeno nella gestione del loro tempo libero.

Inutile (ma forse non per tutti) sottolineare quanto un telefono con cui si possa comunicare via internet sia fondamentale per famiglie che si trovano a migliaia e migliaia di chilometri dalle proprie case e che hanno perso tutto. Il cellulare diventa anche un deposito di ricordi da conservare e da condividere: le persone che, durante la nostra permanenza al campo, ci hanno generosamente ospitato per un tè con frutta o dolci spesso mostravano con un misto di orgoglio e malinconia le foto delle case che hanno abbandonato o dei parenti e degli amici da cui si sono separate.

Abbiamo conosciuto ragazze e ragazzi svegli, che parlano tre o quattro lingue e svolgono la funzione di interpreti presso i genitori, con ancora i loro sogni intatti, ma anche altri timidi e impacciati, che hanno faticato tanto ad aprirsi, ma che sono rimasti estasiati le volte che al mattino li abbiamo portati in spiaggia. Abbiamo incontrato adulti desiderosi di tornare nei loro paesi una volta terminati gli orrori che li hanno portati ad abbandonare i luoghi a loro familiari ed altri disposti a ricominciare da capo in Europa, gente disillusa, stufa di essere prigioniera in un limbo di incertezza, persone di cultura e altre che invece non hanno potuto studiare, famiglie che già erano emigrate e avevano vissuto alcuni anni in paesi come Siria, Libia, Iran, Libano, prima di sbarcare in Grecia: insomma, un’umanità dalle mille sfaccettature, con in comune il fatto che rischiare la propria vita e quella dei propri figli nel deserto, in mare, con i trafficanti di uomini, significa aver avuto delle valide motivazioni.

 

Atene e i profughi

Come già accennato, la città, un po’ svuotata dalle ferie d’agosto, appare al collasso per quanto riguarda l’accoglienza di migranti e rifugiati: il popolo greco sta facendo uno sforzo di generosità non indifferente, ma la situazione sembra poter precipitare da un giorno all’altro. Nonostante questo ci è capitato di assistere a numerosi episodi di empatia e di integrazione. In particolare un venerdì sera, in piazza Exarchia, centro di un quartiere con numerose esperienze di autogestione, alcune molto positive altre forse meno, dei ragazzi Siriani e Afghani, ospitati all’interno di case occupate della zona, hanno cominciato a mettere su musica e a ballare: nel giro di un’oretta centinaia di uomini e donne di tutte le nazionalità, Greci e noi volontari del campo compresi, suonavano e si scatenavano al ritmo di brani mediorientali. A mezzanotte e mezza è finito tutto, per non disturbare troppo gli abitanti della piazza. È stata una parentesi felice, velata da un ottimismo quasi sognante, in una realtà in cui è davvero complicato non lasciarsi andare al pessimismo più nero.

Vorremmo infine segnalare due realtà di accoglienza non ufficiali, ma ben gestite. In particolare l’Hotel City Plaza, chiuso a causa della crisi e occupato da aprile, accoglie 400 persone, tra cui 180 bambini, ed è gestito soprattutto da volontari greci attraverso regole chiare e precise, con la collaborazione degli ospiti per quanto riguarda le pulizie e la cucina. Poco distante sorge una scuola abbandonata ora occupata, la Jasmin school-squat, in cui vivono 350 persone, gestita da volontari in maggioranza spagnoli, in cui purtroppo non riescono a garantire più di un pasto al giorno.

 

Breve riflessione

Un’esperienza di volontariato del genere, è dura ammetterlo, nonostante arricchisca un poco chi la vive, non serve praticamente a nulla se diventa una scusa per lavarsi la coscienza e lasciare che nulla cambi: la nostra utilità al campo si è limitata al fatto di far sentire lievemente meno sole e abbandonate persone che chiedono unicamente di essere trattate con la dignità che si deve agli esseri umani, e forse nemmeno a quello. Tralasciando il fatto che noi, quando vogliamo, ce ne torniamo alla nostra vita di privilegiati, mentre loro rimangono intrappolati nella miseria della loro condizione. I volontari sono la faccia “accogliente” di un’Europa che tra qualche decina di anni si vergognerà di questa orribile pagina di storia e, per non essere considerati una semplice mano di vernice che copre le brutture di un muro in rovina, non ci resta che lottare politicamente nei nostri rispettivi paesi, senza usare i profughi come cavie per rivoluzioni (o presunte tali) che ci stanno a cuore, ma cercando di garantire loro i nostri stessi diritti, tenendo presente che la loro condizione è fragilissima. E no, questo non esclude di combattere allo stesso tempo tutte le altre disuguaglianze che inquinano la nostra società.

Qui un reportage lungo, approfondito ed estremamente interessante sulla situazione del Medioriente, qui ci sono informazioni sui corridoi umanitari, organizzati da Mediterranean Hope e questo è un progetto che Possibile sta mettendo in piedi, a partire da dati concreti.

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Racconti da Ventimiglia

“…Corre voce di uno sgombero del campo a giorni. Ci chiediamo cosa farebbe la polizia delle persone eventualmente cacciate.

Finora la polizia gestisce i corpi dei profughi portandoli all’hot spot, che è un centro di identificazione ma non di detenzione.

Dato che qui in liguria hot spot non ce ne sono, portano il profugo in Sicilia, il che per il trasportato equivale a tornare alla casella iniziale nel gioco dell’oca.

Ciò con bus ed aerei, gran spiegamento di forze per evitare resistenze.

Ovviamente poi si riparte. I poliziotti (…)  fanno pianamente ciò che stabilisce la legge anzi l’accordo di Malta del settembre 2015: ogni volta che fermano uno straniero diretto alla frontiera gli prendono (o tentano di prendergli) le impronte digitali. Le impronte vengono poi scannerizzate e diffuse a tutte le polizie d’Europa, col dato del fermo e di dove il profugo è stato fermato; ciò diventa l’incancellabile numero di matricola dell’essere umano che ha quel dito.

Se il nostro profugo digitalizzato viene poi fermato a Lione, dal suo dito la polizia di lì risale all’hot spot a cui è approdato nel suo viaggio, e di mano in mano (di poliziotti) viene riportato all’hot spot di partenza…”

Volentieri segnaliamo gli ottimi reportage da Ventimiglia pubblicati su effimera.org

http://effimera.org/racconti-ventimiglia-lia-antonio-nicola-roberto/

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tra Lampedusa e Ventimiglia

Citiamo testualmente: “…Questa vicenda è l’ennesima conferma del terribile genocidio che si sta consumando nel Mediterraneo, frutto di egoismi finanziari e meschinerie politiche di cui saremo chiamati a rispondere, come i tedeschi per il genocidio nazi-fascista”… parole di Leoluca Orlando. Che altro aggiungere? Chissà se questi cari benefattori e cuori-dolci non vogliono adottare anche qualcuno dei futuri sfrattati da Ventimiglia?
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Morti evitabili

I due articoli che segnaliamo, e di cui consigliamo caldamente la lettura, confermano drammaticamente quello che diciamo da venti anni a questa parte: i continui tagli e riduzione di servizi riducono l’aspettava di vita e soprattutto gli anni di vita sana, ledono un diritto umano fondamentale. lo dicono sulla stampa nazionale, lo dicono le statistiche europee, come si legge nell’articolo da La Stampa

“…in un’epoca di tagli ai sistemi sanitari questi dati fanno riflettere, soprattutto se incrociati con altre rilevazioni di Eurostat che hanno registrato in Italia il fenomeno dell’accorciamento della vita sana, problema che riguarda soprattutto le donne, a partire dal 2004 quando l’aspettativa media di vita sana per un italiano era di 70 anni. Oggi è di 61 anni….”

e nell’articolo de Quotidiano Sanità
“…i ricercatori hanno calcolato che per ogni paziente in più di cui gli infermieri devono prendersi cura, il rischio per i pazienti di morire entro 30 giorni dal ricovero aumenta del 7 %….”
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AMPlifichiamo!

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giovedì 19 novembre dalle 19.30
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