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Via Padova, Medici In Prima Linea

«Se questa me la definisci una clinica clandestina…». Stella ci apre così le porte dell’Ambulatorio Medico Popolare: è una delle fondatrici. A metà strada tra viale Monza e viale Padova, c’era un palazzo abbandonato che, negli anni, si è trasformato in centro sociale, condominio e anche ambulatorio. Striscioni e murales testimoniano i quindici anni di attività, una bacheca mette in rassegna gli articoli di chi ha scritto di questa casa occupata. Il titolo di uno dei tanti: “T28, ora arriva l’esercito contro gli abusivi”. «Questo è il mio preferito», ci confida, indicandolo ironica, Stella.

Intanto, la sala d’attesa si riempie. Entra una signora peruviana che nel suo paese fa l’insegnante di biologia. «Come me», sottolinea Stella, che ora è badante. Vorrebbe interrompere l’ultima gravidanza. Ha già tre figli e non sa cosa fare. Guadagna di più facendo la badante in Italia che insegnando in Perù: la sua speranza è fare arrivare qui gli altri figli, ora affidati alla nonna. C’è la signora marocchina che era disperata quando uscì il pacchetto sicurezza perché pensava che sarebbe stata denunciata. Non aveva il permesso di soggiorno, ma una patologia seria che richiede cure continuative. Eppure lavora: fa la colf, in nero. Ci sono il maghrebino e l’indiano analfabeti che anche nella loro lingua fanno comunque fatica a capire che devono vaccinarsi. Poi, di fianco, è seduta un’ucraina con laurea in astrofisica.

«Chi viene qui è perché ha un problema: queste persone non sanno cosa fare e hanno bisogno di qualcuno che li aiuti – racconta una volontaria –. Non si pongono il problema di chi siamo: all’inizio volevamo farci pubblicità nei luoghi di aggregazione della zona, ma poi ci siamo accorti che c’era un passaparola rapidissimo. C’eravamo anche attrezzati con i traduttori, ma non serve: i nostri utenti, si portano da soli gli amici che facciano da interprete».

Tra gli utenti dell’Ambulatorio Medico Popolare sono moltissimi i giovani che si sono indebitati per permettersi il viaggio in Italia. Talmente tanto che, dopo quattro anni, stanno ancora tentando di cancellare il debito. Un ragazzo pachistano ci confessa di aver dato dieci mila euro a un impiegato corrotto dell’ambasciata di Islamabad per avere il visto turistico. Sono passati quattro anni: «Ho telefonato a mio figlio a casa che adesso ha otto anni. Gli ho chiesto: ti ricordi di me? Mi ha risposto di no».

Tutti aspettano il medico di base per essere visitati, per ricevere medicinali generici. Aspettano in silenzio. Intanto Stella li registra. «Numero 4056». Stella chiama. Si alza una signora sulla cinquantina con l’amica, che traduce. «Dove abiti? Dove lavori? In che anno sei nata?». Tutte generalità che Stella scrive su apposite cartelle: «Monitoriamo l’eventuale spandersi di certe malattie come tubercolosi, scabbia o semplicemente pidocchi, attraverso banche dati. Le patologie di ieri erano legate al freddo o all’alimentazione. I supermercati etnici oggi hanno fatto la loro. Quindici anni fa arrivavano stranieri praticamente sani, perché arrivava solo chi superava la traversata. Adesso, invece, la situazione è cambiata: abbiamo quelli che, nel frattempo, sono diventati anziani, ci sono i ricongiungimenti. Diabetici, cardiopatici, patologie metaboliche croniche. La seconda generazione ha le stesse patologie degli italiani, ma è la condizione di salute di quelli che oggi sono anziani che preoccupa».

I medici sono tutti volontari. I dottori della zona regalano medicine per liberarsi dei campioni farmaceutici. Oppure ci pensano i vicini di casa: i flaconi che avanzano li portano qui. «In qualche occasione abbiamo fatto ricorso al Banco farmaceutico – spiega Stella, mentre fa entrare i primi clienti nell’ambulatorio –. Siamo in connessione anche con altre strutture di Milano più ricettive che ci forniscono i medicinali quando mancano». Tarek, quando è arrivato per la prima volta nell’ambulatorio, faceva l’operaio in una legatoria. Nel suo Paese aveva studiato storia. Ora è regolare, ha preso un’altra laurea e fa l’educatore per le delegazioni straniere. Nel tempo libero aiuta. I volontari sono i più disparati: dal medico della Caritas in pensione, ai giovani medici alle prime armi, fino a studenti che semplicemente vogliono capirci qualcosa. Perché in fondo qui c’è grande confusione: questa gente lavora, ma non può esser curata, spesso perché è in nero.

«Gli stranieri hanno diritto a qualsiasi prestazione sanitaria, dal cerotto al trapianto epatico – racconta Stella, mentre i pazienti stanno ad ascoltare –. Questo diritto, però, viene costantemente ostacolato dalle pratiche della Regione Lombardia: il codice Stp (Straniero temporaneamente presente) tramite cui i clandestini possono accedere alle cure, solo gli ospedali possono darlo, ma non una struttura come la nostra. In tutta Milano c’è solo un ospedale, con un ufficio istituito da uno dei nostri medici, che rilascia questo codice. In tutta Italia ce ne sono altri, qui no. In Lombardia succede anche questo: che i medici che visitano gli stranieri, regolarmente iscritti, dopo due anni si trovano un numero altissimo di prestazioni non pagate perché, alla data della visita, i pazienti avevano il permesso di soggiorno scaduto o non era ancora stato registrato. Per questo motivo i medici della mutua sono spesso dissuasi dal prestare servizio agli extracomunitari.

La legge prevede inoltre che, per ottenere la tessera sanitaria, sia necessario solo un’autocertificazione di residenza rilasciata dall’Asl e la dichiarazione di domicilio. Da un po’ alcune Asl chiedono anche il contratto di lavoro, la dichiarazione del datore di lavoro, la metratura della casa e la sua autorizzazione sanitaria: documenti che la persona ha già prodotto per il permesso di soggiorno. Quando abbiamo chiesto il perché di questa procedura bizzarra ci siamo dovuti rivolgere al giudice di pace: la questura ha risposto che l’Asl può richiedere i documenti che vuole. Se però accompagniamo noi i pazienti, tramite ambulatorio, la burocrazia sparisce e i migranti ottengono la tessera sanitaria».

Sembrerebbe che a Milano gli stranieri non possano richiedere il codice Stp se regolari, ma non riescano ad ottenere la tessera sanitaria a causa dei tempi lunghi della burocrazia, anche perché il permesso arriva in media dopo un anno e mezzo e scade dopo due. Questi sono tutti gli ostacoli che si pongono davanti ai migranti, ostacoli che contraddicono i diritti fondamentali della persona. «In realtà, anche tutta la mitologia degli sbarchi è, da un lato, atroce, dall’altro inutile: solo il 15% dei migranti arriva con gli sbarchi, gli altri hanno un permesso di soggiorno turistico e poi rimangono anche quando scade. La maggior parte di questi migranti provengono dal Sud America, dall’Est Europa e dall’India. Ma se domandassi in giro chi è l’immigrato tipico di viale Padova chiunque ti risponderebbe: è giovane, maschio e maghrebino. I dati, però,ci dicono che lì identikit del migrante a Milano è donna, peruviana e quarantenne. Ma non la vedi in giro: è nelle nostre case e lavora. È una badante di cui fidarsi».

di Giulia Dedionigi

Video di Giulia Dedionigi, Carlotta Garancini, Gregorio Romeo

[Link a mag|zine: http://www.magzine.it/content/padova-medici-prima-linea]

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 12 Marzo 2010 16:29 )

 

Retata al Naga

Comunicato del Naga del 17/02/2010.

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Giornate difficili da dimenticare

Dal 2001 il Naga ha aperto in via Grigna a Milano un centro di assistenza e socializzazione per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura. Per la prima volta oggi, dopo quasi 10 anni di attività, i nostri volontari hanno trovato al momento dell'apertura, davanti  al Centro, una camionetta dell'esercito con due militari ed un carabiniere.

Le forze dell'ordine hanno chiesto l'esibizione del permesso di soggiorno a tutti i cittadini stranieri presenti che, in quanto richiedenti asilo e rifugiati, ne erano in possesso. Non è stato, inoltre, giustificato in alcun modo il motivo della "visita". 

"Il Naga esprime estrema preoccupazione di fronte a quanto accaduto: un controllo immotivato ed invasivo di una realtà che si occupa di tutela e difesa dei diritti di una categoria particolarmente vulnerabile" dichiara Pietro Massarotto presidente del Naga, "Denunciamo una prassi ed una politica che criminalizza continuamente l'immigrazione e riesce, almeno da un decennio, a compattare i cittadini italiani su un'idea astratta e presunta d'identità nazionale.

"Ieri abbiamo assistito all'oscena persecuzione nei confronti dei cittadini rom  sgomberati da Segrate e poi inseguiti ovunque si fermassero per trovare un rifugio.  Oggi la 'visita' al nostro Centro: tutto ciò contribuisce a creare un clima di paura, violenza e discriminazione e a rendere l'aria di questa città sempre più irrespirabile" dichiara Italo Siena fondatore del Centro Naga-Har "Inoltre quello che ci colpisce è come questi 'episodi' avvengano nell'indifferenza più totale".

Invitiamo tutte le realtà impegnate nella difesa dei diritti dei cittadini stranieri ed alzare il livello di attenzione e di monitorare e denunciare ogni forma di violazione dei diritti, di razzismo e discriminazione. In ogni caso, il Naga, andrà avanti.

 

[Fonte: http://naga.it/index.php/notizie-naga/items/giornate-difficili-da-dimenticare.html]

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 19 Febbraio 2010 16:58 )

 

Milano, la strada della discordia - PeaceReporter

Pubblichiamo l'articolo di PeaceReporter.
 
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di Luca Galassi
 
Fiaccolata della destra a via Padova, tra contestazioni e ipocrisia elettorale

La preghiera procede apparentemente tranquilla, nella moschea di via Padova, due giorni dopo l'omicidio di un egiziano e la rivolta della comunita' che ha messo sottosopra un intero quartiere. Ieri pomeriggio i fedeli affollavano la casa della cultura islamica come ogni giorno: rito e breve sermone da ordinaria amministrazione, anche se all'esterno gli echi della protesta non si erano ancora sopiti. A gettare nuovamente benzina sul fuoco, una provocatoria fiaccolata del centro-destra, che di li' a poche ore avrebbe potuto innescare nuove tensioni.

Una parte integrante di Milano. L'enorme dispiegamento di forze di polizia ha scongiurato che poche, isolate contestazioni, si trasformassero in nuove violenze. Ma e' stato anche l'atteggiamento pacificatorio della societa' civile, delle organizzazioni che in viale Padova lavorano all'integrazione, in primis l'ambulatorio popolare di via dei Transiti, nonche' dell'imam e degli amministratori della moschea a evitare attriti e conflitti, durante il passaggio dei manifestanti. "Sono qui da 35 anni - spiega Benaissa Bounegab, consigliere e presenza storica del centro islamico di viale Padova - e non ho mai visto nulla del genere. La rabbia e' stata covata per anni, anni di frustrazione, umiliazioni, disagio nel quale la comunita' musulmana ha vissuto in un quartiere che l'amministrazione ha lasciato al suo degrado. E non mi riferisco solo agli stranieri, ma anche agli italiani. Non e' stato fatto molto per l'integrazione, e si sono accorti solo all'ultimo che via Padova stava diventando un problema. La strada e' una parte integrante di Milano e non può essere in nessun caso messa in quarantena e lasciata ai politicanti che utilizzano questo caso isolato per portare acqua al loro mulino".

Fiaccola contro chi contesta. La fiaccolata comincia alle sette, da piazzale Loreto. Era stata annunciata, e cosi' anche presentata dai media, soprattutto il Tg1 della sera, come una manifestazione di protesta dei residenti. Ma tra le circa duecento persone che sventolavano bandiere azzurre, campeggiavano gli striscioni della Giovane Italia, movimento giovanile del Popolo della Liberta', se non dichiaratamente fascista, sicuramente connotabile come tale dal carattere della scritta e dalla fiamma tricolore sul simbolo. Il movimento si era già messo in evidenza durante il comizio di Berlusconi in piazza Duomo, aggredendo e mettendo a tacere con la forza i contestatori (prima del lancio del souvenir contro il Premier). "Clandestini fuori dai confini" era lo slogan piu' ricorrente. In cima al corteo, organizzato in sostegno dei cittadini di via Padova, il candidato Pdl Romano La Russa e Daniela Santanche'. Tuttavia, numerosi cittadini di via Padova non hanno particolarmente gradito i cori razzisti e l'ipocrisia di chi, tra i partecipanti al corteo, ha portato fiori per l'egiziano ucciso cantando al contempo l'inno nazionale italiano sull'attenti. Un rude e demagogico tentativo di raccattar voti a poco piu' di un mese dalle elezioni? Dalle finestre grida di indignazione e anche qualche insulto ("razzisti, razzisti") e' volato a chi inneggiava all'espulsione degli irregolari. Qualche momento di tensione si e' vissuto quando, all'altezza di via dei Transiti, un manifestante ha reagito lanciando una fiaccola contro un gruppetto di contestatori al lato della strada.

L'ambulatorio di via dei Transiti. Proprio a via dei Transiti la settimana scorsa ha passato indenne l'ennesimo tentativo di sfratto l'ambulatorio popolare che da anni assiste gratuitamente stranieri e italiani indigenti. Sandra, una delle persone che si occupano del servizio, ha minimizzato l'entita' del problema immigrazione a via Padova: "I residenti e gli immigrati qui convivono pacificamente. Nessuno ci ha mai causato problemi, ne' a noi ne' ai nostri assistiti. Viceversa, gli immigrati costituiscono una risorsa nel quartiere. Via Padova e' uno dei pochi luoghi di Milano dove i locali sono aperti fino a tardi. Se sicurezza significa luoghi vuoti e deserti, allora le politiche di questa amministrazione vanno riviste".

Chi ha ucciso Aziz El Saied? A via Arqua', traversa di viale Padova, zona di spaccio, la polizia ferma alcune persone. "Mi hanno messo faccia a terra, chiesto i documenti con la pistola puntata alla testa - racconta un egiziano -, stanno facendo retate e perquisizioni a tappeto". Accanto a lui, altri connazionali dicono di "non sapere cosa sia successo la sera dell'omicidio", e che "non hanno visto nulla". Eppure, l'insofferenza nei confronti dei sudamericani - e' girata la voce, forse infondata, che l'omicida di El Saied facesse parte dei 'Chicago', una delle gang di latinos - e' palpabile. "Abbiamo paura", dice il gestore peruviano della rosticceria El Carajo, mentre sfila il corteo del centro destra e lui abbassa le serrande del negozio. "Ora c'e' il rischio che se la prendano con tutti i sudamericani".

Reazione spontanea? Chi non crede all'ipotesi del regolamento di conti tra bande e' Massimo Conte, fondatore dell'agenzia di ricerca sociale 'Codici', esperto del fenomeno delle bande giovanili latinoamericane. "E' stato detto che l'aggressore appartiene ai Chicago, ma io ci andrei con i piedi di piombo prima di fare affermazioni di questo tipo. Chi parla di controllo del territorio a via Padova non sa che le gang di latinos a Milano non esercitano questo tipo di strategie. Se cosi' fosse stato, non si sarebbero verificati episodi e incidenti come quello, perche' le aree sarebbero state chiaramente delimitate, e non sarebbero avvenuti 'sconfinamenti'. La reazione degli egiziani? E' avvenuta in maniera metodica, una trentina di persone che sapevano esattamente come muoversi nel territorio e come sfuggire alla polizia. Mi chiedo se sia stata davvero spontanea".

Ipotesi Islam radicale. Secondo alcuni, la rabbia degli egiziani e' montata perche' il cadavere del loro connazionale e' rimasto per troppo tempo sull'asfalto. Altri accreditano tesi diverse. L'organizzazione del gruppetto, che ha preso di mira determinati esercizi commerciali muovendosi con estrema abilita' nel percorso della devastazione, sarebbe indizio di una regia piu' alta. Qualcuno che probabilmente ha pilotato la protesta per far sentire con forza la propria voce, nella fitta trama delle comunita' islamiche. In relazione a questo, non e' escluso che i fermi e le retate di questi giorni possano portare ad arresti e indagini negli ambienti del radicalismo islamico.

[link all'articolo di PeaceReporter: http://it.peacereporter.net/articolo/20265/Milano,+la+strada+della+discordia]

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 17 Febbraio 2010 20:26 )

 

Il Giornale si ricrede!

Ultimo aggiornamento ( Sabato 13 Febbraio 2010 17:57 )

 

Perché ostacolano i colloqui con gli avvocati? Ancora problemi per Joy, Hellen e le altre migranti incarcerate

Si sta forse cercando di rendere mute Joy, Hellen. Florence, Debby e Priscilla, le giovani migranti nigeriane incarcerate dopo la rivolta dell’estate scorsa al Cie di Milano? Si sta cercando di seppellire nel silenzio la denuncia di una di loro contro l’ispettore capo Vittorio Addesso per tentato stupro?
Domande inquietanti su cui è necessario fare piena luce. Si tratta di capire se in questo Paese siano state sospese le garanzie a tutela delle persone indagate e se si stia violando il rispetto dei diritti umani fondamentali.
Vogliamo chiarezza e trasparenza sulla situazione delle cinque donne nigeriane incarcerate, così come delle altre migranti, invisibili e senza nome, detenute nei Cie italiani. Vogliamo che tutte abbiano un nome, vogliamo che siano rispettati i loro diritti, vogliamo che abbiano la possibilità di comunicare con l’esterno e di far sentire la propria voce. I Cie sono luoghi di violenza, e ne chiediamo la chiusura. Ma nel frattempo avvocate e associazioni di donne devono potervi entrare.
Abbiamo saputo solo ora che fino ad oggi Joy era formalmente priva di assistenza legale “per errori burocratici”. Al suo avvocato, che si era recato al carcere di Como insieme ad una interprete per raccogliere elementi utili a integrare la denuncia di tentato stupro, è stato impedito di vederla, dicendogli che era stato “revocato” e “sostituito” dalla stessa Joy. Nessun documento scritto però lo testimoniava. Risultava soltanto una nomina all’avvocato assegnatole inizialmente d’ufficio, che Joy peraltro non ha mai accettato e che nemmeno conosce. Oggi ci spiegano che l’incarico all’avvocato D’Alessio non era stato ratificato per  “disguidi tecnici” (!) e solo dopo innumerevoli pressioni si sono detti disposti a riconoscerlo.
Come mai si è ostacolato l’incontro con l’avvocato dopo la deposizione della denuncia di violenza sessuale? Come mai si impediscono i contatti con l’esterno proprio nel momento in cui si allarga la mobilitazione di molte donne  che richiedono con forza che Joy e le altre non siano rimandate tra le mani dei loro aguzzini?
Il silenzio che avvolge l’esistenza stessa dei Cie, luoghi di sospensione dei diritti, e l’indifferenza generalizzata verso la violenza razzista e sessista che in quei luoghi è di casa, ci interroga nel profondo come donne e come cittadine. Chiediamo non solo alla stampa, ma all’intera città di riflettere sul livello di abuso e di non-umanità cui ci stiamo abituando.
La violenza sui senza voce mostra il volto estremo di una devastante crisi di civiltà che ha mille facce, dalla precarizzazione della vita e del lavoro fino alla criminalizzazione dei migranti in nome di ipocrite politiche securitarie.
E una volta di più sono corpi di donna al centro di questa spirale di violenza, nodo cruciale su cui nel privato, nel pubblico e nell’oscurità dei Cie si gioca la partita dei poteri vecchi e nuovi.


Le donne che si sono incontrate al presidio del 25 novembre in piazza Cadorna e che vogliono rompere il silenzio di Milano sulle violenze nei Cie

Per contatti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


Appuntamenti:
giovedì 11 febbraio
Roma: ore 16.30 metro Piramide, volantinaggio di donne, femministe e lesbiche
venerdì 12 febbraio
Como: ore 6.30 di mattina davanti alla stazione di Albate Camerlata Fs. Dalle ore 7 in poi davanti al carcere in via Bassone 11 – per aspettare Joy!
Brescia: ore 8.45 fuori dal carcere di Verziano (Bs): presidio con striscioni, musica e interventi fuori dal carcere, dove si terrà anche una conferenza stampa.
Per partire tutt* insieme appuntamento alle 8.15 al c.s.a. Magazzino47 di Brescia.
Mantova: presidio
 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 10 Febbraio 2010 21:43 )

 
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